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Il Museo

Affrontare la progettazione del primo museo italiano dedicato ad Enrico Caruso è stata una sfida complessa ed intrigante. Anche a partire dal luogo – in questo caso l’edificio - che avrebbe ospitato il museo. Lo stimolo e le suggestioni che ogni contesto poteva offrire sono stati amplificati dal fatto che Villa Bellosguardo un tempo era stata la residenza prediletta dal grande tenore. Proprio qui, in questo angolo di Toscana, nel 1906 egli intravide il futuro che aveva sempre immaginato per sé: Villa Bellosguardo sarebbe stata la sua piccola reggia privata dove un domani potersi godere il dorato ritiro dalle scene con i figli e l’amata compagna. Nonostante quel sogno fosse in realtà destinato ad infrangersi presto, il cantante continuò a dedicare una cura costante alla tenuta, proseguendo gli iniziali progetti di ripristino e valorizzazione.

Nel corso del lungo cantiere, durato oltre sette anni, Caruso si dilettò a comporre l’arredamento di ogni singola parte della proprietà e raccolse un immenso tesoro da custodire nella maestosa casa, con opere d’arte commissionate ai maggiori artisti a lui contemporanei, ma anche mobili, collezioni di orologi antichi e oggetti preziosi, quadri e stoffe pregiate.

Purtroppo del fasto e dello splendore ideati dal leggendario abitante non è rimasta che la memoria, affidata a sbiadite immagini d’epoca. Unita al desiderio di riscattare le sorti di quell’involucro architettonico disadorno, ma così delicato e carico di suggestioni.

Il progetto museale ideato per il Museo Enrico Caruso presso Villa Bellosguardo si fonda sull’idea di far vivere al visitatore un incontro diretto con l’artista. Percorrendo le sale della sua casa se ne apprende la storia. Potenziando ed amplificando le peculiarità già insite nel luogo, i cimeli e i documenti sono presentati attraverso supporti di tipo tradizionale e con l’ausilio di tecnologie interattive multimediali, e sono armonizzati all’interno del percorso museale. Volutamente ogni apparato tecnologico è celato all’occhio del visitatore che può così concentrarsi sui reperti esposti e sulla spazialità delle sale. Lo scopo è quello di creare un ponte emotivo tra l’ospite e il grande Caruso favorendo l’instaurarsi di uno scambio basato su modalità di interazione fruitive ed emotive. A partire dall’idea che un museo oggi non debba soltanto conservare e mostrare cimeli, ma piuttosto riuscire a portare il visitatore ad un atteggiamento di fruizione attiva e consapevole dei luoghi per l’arte.

Con un movimento libero e fluido, l’ospite percorre le sale di ampio respiro dedicate all’esposizione permanente. Già dall’ingresso, salendo la scala in pietra serena, si percepisce la sua voce, eco rivelatrice di una presenza mai dimenticata. E inizia un percorso di intense atmosfere nel quale il grande Caruso è evocato da numerosi e diversi elementi: gli oggetti a lui appartenuti, le opere collezionate, i disegni da lui realizzati, i numerosi riconoscimenti, le immagini che lo rappresentano nel mondo e la sua stessa voce consegnataci nello storico vinile e oggi protagonista di un’esperienza di interazione unica nella Sala della Musica. Affacciata sul giardino, inondata di luce, questa grande sala era il cuore dell’intimità artistica di Enrico Caruso: la stanza della sua musica. Perciò essa racchiude l’unico luogo sonoro del Museo. Qui la voce di Caruso si mette in mostra come un paesaggio sonoro mutevole, mobile, cangiante. Il visitatore entra ed inizia ad esplorare la Sala. Se l’ospite è distante dai reperti esposti o se non si sofferma, percepisce un brusìo di fondo, indistinto, costituito in realtà da tante arie d’opera cantate da Caruso, ma sottovoce. Il visitatore non si rende conto di ciò, fintanto che non si pone di fronte ad un reperto. Qui, il bisbiglio si trasforma nella voce piena di Caruso, in una incisione originale d’epoca, abbinata a quel particolare reperto. Questo canto non dura che pochi istanti, perché deve lasciare il posto ad un altro “zampillo” di voce, provocato da un altro visitatore o dallo stesso, quando si sposta, di fronte ad un altro reperto e ad un altro brano. La posizione del visitatore nello spazio viene segnalata dal monitor posto a parete, che rivela il titolo del brano musicale che si ascolta in quel momento.

Al centro della sala, isolato da tutto il resto, su un piedistallo trasparente, campeggia un fascinoso fonografo d’epoca. È con un apparecchio simile a questo che l’America ascoltò, per la prima volta, la voce di Enrico Caruso nei dieci brani incisi per la Victor a New York. Un po’ nascosta, sul retro del piedistallo, c’è una manovella a disposizione del visitatore. Può azionarla, esattamente come farebbe con quella incorporata nel grammofono, che ne carica la molla. Questa manovella è esteticamente simile all’originale, ma costituisce in realtà un’interfaccia meccanica con il sistema. Se l’ospite decide di ruotarla tutte le altre interazioni vengono sospese, e in tutta la sala si ascolta un’incisione originale di Caruso, per intero, fintanto che la manovella ruota; se si ferma, la canzone non è più udibile, ma prosegue silenziosamente, per essere nuovamente evocata quando la manovella riprende a ruotare; fintanto che il visitatore non esca dall’area fonografica.